SDF APP 05 06 Antropologia Culturale

June 28, 2018 | Author: pipu789 | Category: Homo Sapiens, Thought, Magic (Paranormal), Identity (Social Science), Writing
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Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 1 ELEMENTI DI ANTROPOLOGIA CULTURALE di U.Fabietti I GENESI E STRUTTURA DELL’ANTROPOLOGIA CULTURALE Natura e origini dell’antropologia Antropologia significa “studio del genere umano”. Il termine culturale indica lo studio del genere umano dal punto di vista culturale ovvero delle idee e dei comportamenti espressi dagli esseri umani in tempi e luoghi distanti tra loro. Le radici dell’antropologia risalgono all’umanesimo europeo, al ‘400 e ai dibattiti che fecero seguito alla scoperta del Nuovo Mondo e dei suoi abitanti. Con la scoperta e poi la conquista dell’America, l’espansione, l’intensificarsi dei contatti con genti dai costumi così diversi, gli europei cominciarono a interrogarsi circa la natura di queste popolazioni definite selvagge e barbare. Con l’espansione coloniale e i traffici commerciali, con la conquista e l’opera missionaria, i contatti degli europei con gli altri popoli si intensificarono in maniera impressionante e di conseguenza crebbero le descrizioni dei costumi e delle istituzioni sociali dei popoli lontani. Prevalentemente gli antropologi si sono occupati dello studio dei popoli loro contemporanei ma geograficamente lontani. Lo studio delle istituzioni sociali e politiche, dei culti, delle credenze religiose, delle tecniche di costruzione dei manufatti, dell’arte dei popoli lontani e “diversi” da quelli europei o d’origine europea. Oggi gli antropologi non studiano più solo le popolazioni delle savane africane, delle isole della Polinesia..studiano tanto le popolazioni urbane dei paesi extra-europei quanto della stessa Europa, le comunità di villaggio indiane, i supermercati, le sette, le imprese, gli ospedali, la prostituzione, i conflitti.. Ma all’origine della pratica antropologica vi è sempre un contatto diretto con le popolazioni di cui si parla. Fare antropologia significa voler affrontare l’incontro con esseri umani con costumi diversi dai propri, coniugando le conoscenze teoriche della disciplina con la personale esperienza di osservazione, riflessione e ricerca. Ma questo tentativo di conoscere e comprendere la diversità dei costumi non è solo una tradizione europea. Non solo esisterebbero tante antropologie ma la nostra antropologia sarebbe solo un caso fra molti di come gli esseri umani pensano se stessi e gli altri. L’antropologia culturale è un sapere che opera criticamente su se stesso, sulle proprie categorie, nozioni, metodi nonché sui risvolti etico-politici che accompagnano la sua stessa pratica. Oggetto e metodo dell’antropologia culturale Cultura= complesso di idee, di simboli, di azioni e disposizioni storicamente tramandati, acquisiti, selezionati e largamente condivisi da un certo numero di individui, mediante i quali questi ultimi si accostano al mondo in senso pratico e intellettuale Oggetto privilegiato dell’antropologia sono soprattutto le differenze che intercorrono tra le idee e i comportamenti in vigore presso le varie comunità umane. Ciò che gli antropologi chiamano culture sono modi diversi in cui i gruppi umani che condividono certe idee e certi comportamenti affrontano il mondo: interpretandolo, conoscendolo, immaginandolo, adattandosi ad esso, trasformandolo. Gli antropologi hanno messo in rilievo alcune caratteristiche della cultura che riguardano il modo in cui essa è organizzata, la sua natura e le sue capacità di adattamento e di trasformazione. - Cultura come complesso di modelli: in quanto complesso di idee, di simboli, di azioni e disposizioni la cultura presenta forme interne di organizzazione che coincide con i modelli culturali che orientano le attitudini pratiche e intellettuali di coloro che li condividono. Si tratta di insiemi di idee e di simboli che gli servono da guida per il comportamento e per il pensiero. Questi modelli possono essere qualificati come modelli per (modelli guida al diverso modo di agire e di pensare in contesti culturali diversi) o come modelli di (modelli attraverso cui pensiamo qualcosa, lo rendiamo coerente con altre cose e poi lo consideriamo un modello di come sono o dovrebbero essere le cose). - Cultura operativa: grazie ai modelli culturali di cui dispongono gli esseri umani si accostano al mondo in senso pratico e intellettuale. Qualunque atto o comportamento umano finalizzato a uno scopo tanto materiale che intellettuale è guidato dalla cultura. Essa è operativa in quanto mette l’uomo nella Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 2 condizione di agire in relazione ai propri obiettivi adattandosi sia all’ambiente naturale sia a quello sociale e culturale che lo circonda. - Cultura selettiva: la cultura è un insieme di modelli tramandati, acquisiti ma anche selezionati. Le generazioni successive ereditano modelli delle generazioni precedenti e ne acquisiscono di nuovi o in base alla propria esperienza o per l’influenza di modelli di altre culture, in ogni processo agisce un principio di selezione . Tramite i processi selettivi le culture rivelano il loro carattere di sistemi aperti o chiusi. Esistono sempre processi selettivi che possono mostrarsi utili o dannosi e quindi essere inclusi o esclusi. - Cultura dinamica: tutte le culture sono prodotti storici, cioè il risultato di incontri, cessioni, prestiti e selezioni. Si trasformano tanto secondo logiche proprie quanto in relazione a elementi di provenienza esterna. - Cultura differenziata e stratificata: anche all’interno di una singola cultura esistono tanti modi diversi di percepire il mondo, di rapportarsi agli altri, di esprimersi. Tali differenze di comportamento non dipendono solo dalle circostanze del momento, spesso i modelli culturali sono diversi a seconda del grado di istruzione, spesso sono gli interessi, la cultura dei soggetti socialmente più forti a prevalere. - Cultura creativa e comunicazione: i modelli devono essere riconosciuti come facenti parte di un sistema di segni condiviso. Tutte le lingue sono in grado di produrre informazioni relative a eventi, qualità, luoghi del presente passato e futuro, vicini e lontani, reali o immaginari (universalità semantica). Si chiama produttività infinita del linguaggio umano quella che consiste nel fatto che data una proposizione nulla ci dice su che cosa potrà seguire ad essa. - Cultura olistica: cioè complessa e integrata, formata da elementi che stanno in un rapporto di interdipendenza reciproca. - Cultura e confini: le culture non hanno confini netti, identificabili con sicurezza. Hanno dei nuclei forti (comportamenti, simboli, idee) che le distinguono ma che al tempo stesso le assimilano ad altre. Gli antropologi studiano di solito determinati aspetti di una cultura , per far questo non si concentrano solo sull’aspetto da loro prescelto, sono costretti a considerare un fenomeno in relazione a tutti gli altri. Le teorie elaborate dagli antropologi trovano un senso compiuto solo in stretto collegamento con la pratica della ricerca antropologica. Il principale compito dell’antropologo sul campo è quello di raccogliere dati utili alla conoscenza della cultura che vuole studiare. Questo compito si traduce in parte nella raccolta di storie e di miti relativi alla comunità in questione, nella registrazione di aneddoti, proverbi. Altri dati provengono dalla raccolta di informazioni precise e dettagliate sui riti, matrimoni, credenze. Gran parte dei dati sono frutto dell’osservazione e dell’ascolto, l’antropologo vive in mezzo alle persone, mangia il loro stesso cibo, dorme nelle loro case, è in grado di catturare gesti, sguardi, emozioni, e spesso idee e opinioni che non verrebbero altrimenti esplicitati. La ricerca antropologica si avvale del metodo dell’intervista, della compilazione di tabelle e questionari, di registrazioni audiovisive. Una ricerca etnografica comporta che l’antropologo viva a stretto contatto con i soggetti della sua ricerca, condivida il più possibile il loro stile di vita, comunichi nella loro lingua o in una lingua conosciuta da entrambi, e che prenda parte alle loro attività quotidiane. Questa condivisione di esperienze è stato chiamato dagli antropologi “osservazione partecipante”. L’antropologo entra pian piano nel mondo dei propri ospiti, comincia a vedere il mondo dal loro punto di vista, a capire come i suoi ospiti vedono se stessi nel proprio mondo. L’esperienza della ricerca sul campo è fatta proprio di questi continui “vai e vieni” tra due mondi, quello che l’antropologo studia e quello dal quale l’antropologo proviene. L’osservazione partecipante è qualcosa che consente di considerare con un certo distacco l’esperienza condivisa dall’antropologo con gli appartenenti a una cultura diversa dalla sua. L’etnografia è parte costitutiva e organica dell’antropologia: non solo perché offre alla teoria materia di riflessione, ma anche perché da forma allo stesso stile di ragionamento dell’antropologia. L’antropologia è un sapere che sta sulla frontiera. Sta cioè sulla linea di incontro fra tradizioni intellettuali e modi di pensare tra culture diverse. Il compito dell’antropologo è quello allora di gettare un ponte tra queste culture. Gli assunti fondamentali del ragionamento antropologico In base alla prospettiva olistica il ricercatore è obbligato considerare ogni aspetto della cultura in relazione ad altri aspetti di quest’ultima. La ricostruzione del Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 3 contesto consente di far emergere le varie sfaccettature e i differenti significati che un dato fenomeno può assumere se osservato da punti di vista differenti.Il contesto dell’analisi culturale deve essere sempre definito in relazione ai soggetti di cui si vuole esporre i punti di vista. La prospettiva contestuale consente anche di collegarsi ad altri contesti e ad altri fenomeni in una catena di interconnessioni all’interno di una sola cultura o tra culture diverse. Fin dalle origini l’antropologia si è presentata come un sapere universalista nel senso che considera tutte le forme di produzione culturale e di vita associata come degne di attenzione e utili alla conoscenza del genere umano nel suo complesso. L’universalismo antropologico si oppone alle tendenze etnocentriche che si manifestano in tutte le culture. L’etnocentrismo, cioè la tendenza istintiva e irrazionale che consiste nel ritenere i propri comportamenti e i propri valori migliori di quelli degli altri, è un dato che accomuna senza distinzione tutti i popoli della terra. (anti-etnocentrismo=universalismo) Ai suoi esordi l’antropologia si prefiggeva di giungere alla scoperta delle leggi che segnano la trasformazione della cultura tramite il confronto di fenomeni diversi per ricavare delle costanti. Nel XX secolo sono emersi due principali stili comparativi: - il primo si esercita su società e culture che sono storicamente interrelate o geograficamente vicine (precisione descrittiva, limite:non consente grandi generalizzazioni) - il secondo prende in considerazione società prive di legami storici reciproci (offre ampie e sintetiche visioni dei fenomeni, limite: mancanza di precisioni analitiche) Gli antropologi spesso devono prestare attenzione particolare al modo di esprimersi di coloro che di tali comunità fanno parte. L’antropologo deve praticare una cultura dell’ascolto. Per comunicare bisogna trovare qualche punto di riferimento condiviso. La ricerca di quest’ultimo non si scontra solo con il problema delle diversità linguistiche. Fare antropologia vuol dire dedicarsi a un lavoro di traduzione, di tipo concettuale. L’antropologia è un sapere critico, sia nella difesa delle culture più deboli sia nei confronti di se stessa, perché sottopone i propri concetti a revisione continua. L’antropologia è relativista perché ritiene che le esperienze culturali “altre” non possono venire interpretate attraverso l’applicazione scontata e ingenua delle categorie della cultura dell’osservatore. Per potere essere compresi, i comportamenti e i valori devono essere letti in una prospettiva solistica, cioè in connessione con tutti gli altri comportamenti e valori che tendono a conferire a essi un senso. Le scienze funzionano per paradigmi (“idea” “modello” “punto di riferimento” ci serve per effettuare confronti e per poter ragionare e agire secondo procedure stabilite). In antropologia vari paradigmi si sono succeduti nel corso degli ultimi centocinquantanni. In antropologia più paradigmi possono costituire contemporaneamente i punti di riferimento per gli studiosi di questa disciplina. Questa situazione pluriparadigmatica è una conseguenza del fatto che si tratta di un sapere radicato nell’esperienza etnografica e questa si fonda sull’ascolto, il dialogo con umanità produttrici di significato, interpretazioni della loro vita e di ciò che li circonda Antropologia come disciplina di natura riflessiva in quanto l’incontro con soggetti appartenenti a culture diverse dalla propria consente agli antropologi di esplorare la propria soggettività e la propria cultura. L’incontro con l’alterità produce sempre in chi lo sperimenta un tentativo di comprensione che induce a riflettere anche su se stessi.E’ osservando le caratteristiche positive delle altre culture che noi possiamo apprezzare le caratteristiche positive della nostra, così come è attraverso la conoscenza dei limiti delle altre culture che possiamo meglio abituarci a prendere coscienza dei limiti della nostra. Per ottenere questo risultato dobbiamo “decentrare” il nostro sguardo, cercare di osservare noi stessi attraverso lo sguardo degli altri. Vedere se stessi attraverso gli altri, o “vedere noi stessi come gli altri ci vedono”. Geertz. II UNITA’ E DIVERSITA’ NEL GENERE UMANO “Razze”, geni, lingue e culture Per lungo tempo l’aspetto degli esseri umani ha costituito il principale fattore di riconoscimento della differenza. In varie epoche storiche le differenze fisiche sono state di supporto a ideologie e pratiche di discriminazione. Il colore della pelle ha costituito un marcatore di diversità da cui vengono fatte talvolta dipendere le differenze culturali. Il razzismo ha infatti preteso di stabilire un nesso causale tra aspetto fisico e cultura, e di giustificare, sulla base delle differenze somatiche, la dominazione di Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 4 alcuni gruppi su altri. Il razzismo (atteggiamento di autocelebrazione della propria superiorità da un lato e di disprezzo per coloro che sono ritenuti inferiori dall’altro, ruota attorno alla nozione di razza. Ma la razza è innanzitutto una costruzione culturale, l’unico tipo di analisi scientificamente valida sulle differenze tra i gruppi umani è quella che si fonda sull’esame del DNA e dei suoi componenti di base, i geni classici che determinano gruppi sanguigni, proteine ed enzimi. Le ricerche confermano infatti che le differenze somatiche tra gli esseri umani sono differenze superficialie recenti nella storia della nostra specie. In seconda analisi emerge dalle ricerche dei genetisti che gli esseri umani possiedono un corredo genetico (DNA) del tutto simile. Le teorie dei genetisti sulla distribuzione dei geni umani sembrano ricevere una conferma dagli studi sulla classificazione delle “famiglie linguistiche”. Le ricostruzioni operate dai ricercatori unitaristi sulla distanza e sul processo di differenziazione delle lingue sembra corrispondere largamente a quello di distanziazione delle popolazioni genetiche a cui appartengono i soggetti che parlano quegli idiomi. Il corredo genetico degli individui varia in conseguenza di vari fattori: casuali (deriva genetica), adattativi (seleziona naturale) Adozione agricoltura incremento popolazione espansione territoriale sostituzione caccia-raccolta con agricoltura diversificazione lingua alcune caratteristiche genetiche maggioritarie rispetto a quelle popolazioni locali Il grande sviluppo delle ricerche etnografiche nel corso del Novecento ha indotto gli antropologi a sistemizzare le conoscenze acquisite secondo il criterio delle aree culturali (regione geografica al ci intero sembra plausibile comprendere una serie di elementi sociali, culturali, linguistici..relativamente simili). Il rischio di prendere tropo sul serio la ripartizione del mondo in aree culturali è quello di “essenzializzare” tali aree e le società che ne fanno parte. Spesso le aree culturali vengono caratterizzate per gli elementi particolarmente rilevanti di alcune società e culture studiate in maniera approfondita dagli antropologi, elementi che vengono poi considerati tipici dell’intera area. Forme storiche di adattamento – Le società “acquisitive”Negli ultimi cinquantamila anni l’uomo anatomicamente moderno è andato diversificandosi non solo sul piano somatico, linguistico e culturale ma anche dal punto di vista delle forme di adattamento all’ambiente. Homo sapiens ha fondato prevalentemente il proprio adattamento su un’unica opzione: la caccia-raccolta e la pesca con strumenti semplici ricavati dalle piante o dalle ossa di altri animali:bastoni, lance, frecce.. le società di questo periodo sono state definite acquisitive (esse realizzano la propria sussistenza attraverso il prelievo di risorse spontanee dall’ambiente). Con la rivoluzione agricola si ebbe un incremento demografico straordinario e una diversa forma di adattamento all’ambiente:la pastorizia nomade. Con la rivoluzione industriale alla fine del XVIII sec. in Europa l’umanità ha conosciuto un’accelerazione nella produzione e nell’innovazione tecnologica. Cacciatori - raccoglitori: molti di questi popoli cacciavano grandi prede. La caccia forniva la maggior parte del cibo e dagli animali essi traevano gran parte del materiale per la fabbricazione di vesti, utensili, armi.. I cacciatori - raccoglitori erano stanziali e formavano gruppi di varie centinaia di individui. I cacciatori-raccoglitori attuali invece catturano piccole prede che no offrono loro un supporto alimentare paragonabile a quello degli animali cacciati nella preistoria. I cacciatori - raccoglitori sono assai mobili e vivono in gruppi di venti-trenta individui. Caratteristica di questa forma storica di adattamento è che essa non implica nessuna forma di intervento sulla natura che possa determinare un cambiamento della stessa natura. Essi prendono ciò che la natura offre (attività a rendimento immediato) Per molti antropologi il carattere spontaneo delle risorse su cui si basano le società acquisitive avrebbe ripercussioni sulla loro organizzazione sociale. Per spiegare ciò sono stati portati esempi delle piccole società di cacciatori - raccoglitori attuali caratterizzate da elevata mobilità, esiguità numerica, assenza di risorse accumulabili, mancanza di una divisione del lavoro fanno sì che le differenze tra gli individui nell’abilità del cacciare, nel valutare i problemi, nella capacità di comunicare con gli spiriti..non siano stabili né trasmissibili da una generazione all’altra. Non si ha cioè formazione di gruppi socialmente differenziati. Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 5 E’ fuorviante ritenere che i cacciatori - raccoglitori di oggi siano relitti del passato. A differenza di questi ultimi i primi mantengono rapporti di vario genere con le società agricole, pastorali e con le amministrazioni degli stati centralizzati. Alcuni autori ritengono che i cacciatori - raccoglitori di oggi non potrebbero sopravvivere senza interagire con società fondate su altre forme di adattamento. Forme storiche di adattamento – Coltivatori e pastori Orticoltori e contadini: orticoltura e agricoltura si fondano sullo sfruttamento di piante addomesticate e implicano entrambe un investimento lavorativo (attività a rendimento differito). L’orticoltura implica l’impianto nel terreno di talee provenienti da alberi adulti i quali danno vita ad altri alberi. L’agricoltura implica operazioni e una strumentazione maggiormente complesse in quanto si fonda soprattutto sulla coltivazione di legumi , cereali, alberi da frutto (tempi lunghi di crescita = accumulo risorse). Secondo alcuni antropologi le società che fondano la propria sussistenza sull’agricoltura contengono in sé le premesse per la comparsa dell’autorità politica e della stratificazione sociale. Invece le società di orticolturi avrebbero forme di organizzazione sociale più egualitarie. Le società fondate sull’agricoltura sono conosciute come società contadine. Popoli pastori e comunità peripatetiche: la pastorizia è una forma di adattamento che segna il passaggio da un’economia dii caccia raccolta a un’economia di produzione vera e propria. La pastorizia si distingue dall’allevamento: la prima implica che gli animali vengano nutriti con il pascolo naturale; l’allevamento riguarda animali stanziali allevati con foraggi provenienti dalle coltivazioni dei contadini. I pastori nomadi sono sempre stati in relazioni simbiotiche con il mondo agricolo e urbano: fornendo mezzi di trasporto, guide, animali e prodotti derivati, i nomadi ricevevano quello che la loro economia non era nella maggioranza dei casi in grado di produrre, come alcuni tipi di alimenti, stoffe, attrezzi. Ora le popolazioni nomadi e pastorali sono dipendenti dal mondo agricolo e urbano. Questa dipendenza si è fatta sempre più stretta con la creazione degli stati nazionali (creazione confini, sistema fiscale, controllo politico, conflitti, monetarizzazione .. tutti elementi che hanno portato al restringimento della libertà di movimento e d’azione da parte dei nomadi e accentuato la loro dipendenza dagli stati centralizzati). Oltre ai pastori esistono comunità che del nomadismo fanno il modello ideale della loro esistenza. Sono quelle comunità senza fissa dimora che vivono di commerci e di piccoli servizi. Per distinguerle dai pastori nomadi che fanno del movimento un fattore funzionale alla riproduzione delle risorse animali in loro possesso, sono chiamate peripatetiche ovvero “in movimento”. III COMUNICAZIONE E CONOSCENZA Orale e scritto Alle differenze tra comunicazione orale e comunicazione scritta possono essere fate risalire alcune importanti diversità tra visioni del mondo presenti nelle varie culture. La scrittura ci influenza nel senso che il modo con il quale ci esprimiamo è guidato da un pensiero che si fonda sulla sa interiorizzazione. Le culture come la nostra presso le quali esiste una scrittura diffusa sono dette culture a oralità ristretta. La scrittura esercita la sua influenza attraverso leggi, regolamenti, disposizioni, calcoli e statistiche prodotti da un centro politico e amministrativo espressione di uno stato nazionale. L’esame di alcune caratteristiche dello stile di comunicazione orale è utile per osservare come esso si accompagni a certe modalità del pensiero. La dimensione orale della comunicazione corrisponde infatti, in assenza o in situazioni di scarsa assimilazione della scrittura, a uno stile di pensiero che è per certi aspetti diverso da quello di soggetti abituati a maneggiare i segni di un alfabeto grafico. In certi casi modelli fissi e formule diventano, in assenza di scrittura, i necessari supporti per comunicare con altri o per trasmettere le conoscenze da una generazione all’altra. Un altro caso di rapporto tra oralità a scrittura è il regresso all’oralità nelle società ricche e post-industriali. Il linguaggio televisivo e altre forme di trasmissione delle informazioni per immagini hanno comportato un regresso sul piano linguistico. Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 6 La dimensione orale corrisponde a un modo di esprimersi diverso. In assenza di scrittura le parole non hanno una vera e propria esistenza visiva: sono soltanto degli eventi. Nelle culture orali la pregnanza delle parole sembra essere legata al momento in cui vengono pronunciate. Queste culture sono dette verbomotorie perché legano i modelli ritmici del discorso e la respirazione, i gesti dall’altra. Un’importante differenza tra culture orali e culture con scrittura sta nella presenza, presso queste ultime, di tecniche elaborate di conservazione della memoria, quindi di trasmissione del sapere. Tecniche tuttavia non utili per ricordare sequenze argomentative molto lunghe e con contenuti analitici. Questo modo di trasmettere la memoria tende a eliminare tutto ciò che non ha interesse per il presente; del passato e delle conoscenze viene trasmesso solo ciò che interessa al presente. Un dato cruciale delle culture a oralità diffusa è la dimensione dell’esperienza: se il rapporto immediato tra la parola e l’esperienza viene meno, il significato della parola tende ad alterarsi o a perdersi. Il pensiero fondato sulla comunicazione orale ha un carattere “concreto” piuttosto che astratto. L’esperienza infatti è un dato centrale per l’individuazione di un oggetto e per la sua comprensione mediante la riconduzione a categoria già note. Luria dimostrò che il fatto di fissare le parole i un testo scritto comporta la possibilità di immaginare delle alternative a quanto viene affermato nel testo stesso. I soggetti che hanno interiorizzato la scrittura pensano dunque in maniera tendenzialmente diversa da coloro che si muovono in contesti orali. La scrittura consente l’acquisizione di un pensiero più “ampio” di quello legato all’oralità. Ciò nel senso che la scrittura consente di entrare in contatto con altri mondi e altri punti di vista. La scrittura ci consente di elaborare un linguaggio meno “costretto” entro i limiti del vernacolo e più capace di procuraci un punto di vista universale più atto a percepire l’ampiezza e la molteplicità dell’esperienza umana. Percezione e cognizione Claude levi-Strauss fece osservare come il pensiero dei popoli chiamati primitivi non fosse affatto privo di valenze speculative, riflessive e teoretiche. La differenza principale rispetto al pensiero scientifico moderno è che tali capacità sono esercitate solo in relazione a contesti d’esperienza, e non in merito a problematiche logico-formali astratte. La percezione del mondo fisico può risultare differente a seconda dei soggetti convolti. Lo psicologo Lev Vygotsij distinse tra processi cognitivi elementari (sono alcune capacità universalmente presenti e identiche in tutti gli esseri umani normali: astrazione,categorrizzazione,induzione, deduzione) e sistemi cognitivi funzionali (soo il prodotto del contesto culturale entro cui il soggetto attiva i processi cognitivi elementari). Lo stile cognitivo può oscillare tra due estremi ideali: stile cognitivo globale (disposizione cognitiva che parte dalla totalità del fenomeno considerato per giungere solo successivamente alla particolarità degli elementi di cui si compone) e uno stile cognitivo articolato (parte dalla considerazione dei singoli elementi dell’esperienza per risalire alla totalità). L’etnoscienza è lo studio di come le differenti culture organizzano le loro conoscenze del mondo naturale. Nel mondo fisico-naturale la categorizzazione sembra prodursi sempre in relazione a un prototipo cioè a un oggetto-rappresentazione capace di costituire il punto di riferimento attorno al quale vengono costruite categorie o classi di oggetti. I prototipi sono un modo di organizzare la percezione del mondo circostante. I prototipi individuano particolari aspetti della realtà ma non sono ciò che consente di mettere concettualmente in forma la realtà. La possibilità di individuare e ordinare la realtà è data dagli schemi (da Kant: regole concettuali grazie le quali la nostra immaginazione per esempio il relazione al concetto di cane è in grado di delineare la figura di un quadrupede senza che io abbia in concreto la rappresentazione di un cane). (terminologia del colore) Tempo e spazio Gli esseri umani hanno la percezione della trasformazione delle cose e della loro finitezza. Percepiscono ciò che chiamiamo tempo e ciò che chiamiamo spazio. Dal momento che le rappresentazioni del tempo e dello spazio non sono uguali in tutte le culture diventa fondamentale conoscere cosa c’è di identico e al tempo stesso di diverso tra i modi in cui tempo e spazio vengono rappresentati. Per Nilsson nelle società primitive il tempo è concepito in maniera puntiforme. I riferimenti temporali infatti non corrispondono a frazioni di flusso temporale omogeneo e quantificabile ma piuttosto a eventi naturali o sociali oppure a stati fisiologici. Il tempo non quantificabile è detto qualitativo. La nostra concezione del tempo Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 7 si rifà all’idea della produttività (Weber), idea del tempo come denaro, entità misurabile. Il senso di un tempo non quantizzato ma carico di significati speciali è presente in tutte le società che hanno bisogno di rievocare periodicamente l’atto che considerano il fondamento della propria esistenza. Lo spazio si riveste spesso di valenze qualitative che lo rendono diversamente significamene agli esseri umani. Lo spazio è una dimensione che, per poter essere vissuta, deve essere in qualche modo addomesticata. Essere nello spazio significa entrare in rapporto con un mondo noto oppure sconosciuto. Nelle culture umane si ripresenta costantemente la necessità di concepire un luogo dello spazio, un centro, che valga da punto di riferimento e di sicurezza. La disposizione delle cose o degli esseri umani nello spazio fisico può avere una gamma assai ampia di significati sociologici nelle diverse culture. IV SISTEMI DI PENSIERO Cosmologie, sistemi “chiusi” e sistemi “aperti” In ciascuna attività speculativa dei popoli vi sono sempre contraddizioni, incongruenze, spiegazioni irrisolte e zone d’ombra. Tuttavia si può dire che il pensiero umano, per quanto non sia affatto coerente in assoluto, tende sempre alla ricerca di una coerenza, e questa è una caratteristica di tutti i sistemi di pensiero. I sistemi di pensiero comprendono ambiti di riflessione assai diversi tra loro quali ad esempio le rappresentazioni dello spazio e del tempo, le credenze religiose, le pratiche magiche e di stregoneria, le teorie sul rapporto natura/cultura, quelle relative alle relazione tra i sessi.. Horton elabora una distinzione tra sistemi di pensiero chiusi e sistemi di pensiero aperti. Horton ritiene che uno degli elementi centrali della differenza tra sistemi di pensiero africani e scienza moderna sia costituito dal fatto che l’indovino o il sacerdote africano non sono consapevoli del fatto che esistono delle alternative esplicative. Lo scienziato invece è consapevole dell’esistenza di alternative ai principi teoretici chiamati a spiegare la realtà. Questo fatto porterebbe a concludere che i sistemi di pensiero tradizionali (quelli in africa) siano sistemi di pensiero “chiusi” mentre quelli che fanno capo a modelli e concetti di natura scientifica sarebbero invece sistemi di pensiero “aperti”. La distinzione tra sistemi aperti e chiusi può risultare utile per capire come certe trasformazioni nel modo di ragionare possano essere determinate da mutamenti importanti nel sistema di trasmissione delle conoscenze e della comunicazione delle informazioni. Pertanto l’opposizione aperto/chiuso deve essere modificata in direzione di un’idea di apertura come tendenzialmente tipica di tutti quei sistemi di pensiero che sono stati espressi dalle grandi civiltà storiche dotate di scrittura, quali l’europea, la cinese, l’indiana e l’araba. Pensiero metaforico e pensiero magico Molto spesso il pensiero degli altri popoli è stato interpretato alla lettera come se cioè quanto gli altri popoli dicono e affermano corrispondesse davvero a una concezione ultima e definitiva della realtà da essi ritenuta “vera”. Perché insomma, si è chiesto Keesing, soltanto “noi” dovremmo pensare e parlare metaforicamente mentre gli “altri” sarebbero incapaci di farlo? Le espressioni metaforiche non sono esclusive del nostro modo di pensare. Per magia si intende comunemente un insieme di gesti, atti e formule verbali mediante cui si vuole influire sul corso degli eventi e sulla natura delle cose. Un atto magico sarebbe un’azione compiuta da un soggetto nell’intento di esercitare un’influenza di qualche tipo su qualcuno o qualcosa. La magia nera consiste in una serie di operazioni condotte su qualcosa che è appartenuto a chi si vuole colpire. La magia bianca (o curativa) mira a produrre effetti benefici sul soggetto prescelto. Frazer riteneva che esistessero 2 tipi di magia: la magia imitativa (si risolveva nell’idea che imitando la natura la si sarebbe potuta influenzare) e la magia contagiosa (si fondava sull’idea che 2 cose per il fatto di essere state a contatto conserverebbero una volta allontanate il potere di agire l’una sull’altra). I primi antropologi ritenevano che vi fosse un legame stretto tra la magia, la scienza e la religione. Frazer: magia religione e scienza sono legate dall’eterno tentativo dell’uomo di spiegare l’origine dei fenomeni e le relazioni tra di essi. Malinowski: distingue nettamente la magia dalla religione dalla scienza. La religione non è chiamata a spiegare l’origine dei fenomeni ma a fornire certezze di fronte ai grandi problemi della vita(bene,male,dolore,morte..).La magia invece ha finalità eminentemente pratiche; non ha nulla a che vedere con la scienza, la quale esiste tra i primitivi solo in forma elementare. Consiste in una serie di atti sostitutivi per una ricerca di rassicurazioni di fronte all’incertezza e all’imprevedibilità degli eventi. Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 8 De Martino: l’universo magico può essere compreso solo in relazione all’angoscia tipicamente umana della perdita della presenza. La presenza è una condizione che l’essere umano non cessa di costruire per sottrarsi all’idea angosciosa di non esserci. Emersione del pensiero magico come primo tentativo coerente di affermare la presenza umana nel mondo. Il pensiero magico I miti fanno riferimento a venti, episodi che avrebbero dato origine al mondo e all’aspetto che quest’ultimo possiede attualmente. Quali sono le caratteristiche del pensiero mitico? I personaggi del mito agiscono o abitano in luoghi impossibili da frequentare per la maggior parte o per la totalità degli esseri viventi: il cielo, le nuvole, le stelle, la luna, i fiumi.. Il mito ignora lo spazio e il tempo. Il mito disegna una situazione originaria come caratterizzata da una profonda unità degli esseri. Questa comunanza di esseri umani, spiriti, animali e cose viene descritta nei miti come una situazione originaria di equilibrio cosmico e di unità, la cui fine avrebbe dato origine al mondo attuale. Il personaggio dei miti che rompe gli equilibri (detto trickster) incorpora caratteri opposti e contraddittori, è furbo, bugiardo, non ha freni, contravviene alle disposizioni degli dei. Egli crea, inventa, genera, fabbrica, trasforma la realtà così come gli uomini la conoscono. Tale realtà è piena di contraddizioni, di cose positive e di cose negative, di bene e di male. Qual è la funzione del mito? Speculativa, pedagogica, sociologia, classificatoria. Il mito sarebbe qualcosa in cui le società possono leggere una morale dei rapporti tra gli uomini e tra i gruppi, qualcosa che fissa un codice di comportamento, di pensiero e di disposizioni. La peculiarità dell’interpretazione di Levi-Strauss consiste nel fatto che essa tratta il mito essenzialmente come un’attività speculativa e senza curarsi dei legami che il racconto mitico può avere con la vita sociale e culturale di una popolazione. Levi Strass parla di miti come di unità scomponibili in unità minime (mitemi) le quali rivestono un senso solo se poste accanto ad altre dello stesso tipo. E’ il gioco degli accostamenti che crea la logica complessiva. Secondo Levi Strass il mito è un ambito speculativo in cui il pensiero umano non soffre essendo libero di pensare ciò che non può esistere realmente ma che può esistere invece nell’immaginario. Il mito è anche chiamato a conciliare quegli aspetti contraddittori dell’esistenza umana e del mondo attuale. Il pensiero mitico assume quindi il compito di risolvere le contradd. tra spirito e corpo, bene e male, vita e morte. V COSTRUZIONI DEL SE’ E DELL’ALTRO Identità, corpi, “persone” Se la nostra cultura ha un’idea abbastanza rigida della propria identità non è così presso altri popoli. In Africa ad esempio esistono gruppi che sono ben coscienti di come la loro identità sia la risultante di un incontro con altri, di uno scambio e di una mescolanza. Gli esseri umani hanno esperienza del mondo attraverso il corpo:sentono, comunicano, desiderano attraverso il corpo. Il corpo infatti è una specie di mediatore tra noi e il mondo un mezzo attraverso il quale entriamo in relazione con l’ambiente circostante (conoscenza incorporata). Questa conoscenza incorporata sta alla base di ciò che Bordieu chiama Habitus (complesso degli atteggiamenti psico-fisici mediante cui gli esseri umani “stanno nel mondo”). Il nostro habitus varia tanto secondo le nostre caratteristiche psicofisiche quanto a seconda dei modelli comportamentali e delle rappresentazioni che noi interpretiamo in quanto individui facenti parte di una determinata cultura. La società cerca di imprimere nel corpo dei suoi componenti i “segni” della propria presenza “plasmando” “fabbricando” i loro membri secondo un modello di umanità. Il corpo è anche un veicolo per manifestare la propria “identità” sociale e individuale. Il corpo può essere un mezzo non solo per rivendicare una propria identità ma può diventare l’oggetto di discorsi identitari come quelli sviluppati dai movimenti femministi ed omosessuali in Occidente. Il corpo può essere uno strumento di resistenza e risposta consapevole o inconscia nei confronti delle situazioni esterne, negli ultimi anni gli antropologi hanno messo l’accento su come gli individui incorporano il disagio sociale dando luogo a patologie di vario tipo. Strettamente connesse con le concezioni di corpo e persona sono quelle di salute e malattia. L’elaborazione sociale e culturale dello “stare bene” e “stare male” non è ovunque la stessa, non è lo stesso il metodo di cura,né la spiegazione delle cause che hanno provocato lo stato di sofferenza. Culture diverse hanno bioetiche differenti (studio degli atteggiamenti e delle idee che sono implicite nel nostro modo di trattare il corpo umano nella sua relazione con la sfera della persona, della dignità dell’individuo, della sua libetà, del suo diritto alla vita..) Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 9 Ciò che noi chiamiamo persona si presenta ovunque come un insieme di elementi costitutivi, di natura tanto materiale quanto spirituale, dotati di una certa capacità di integrazione. Il soggetto è pensato ovunque come un’entità largamente “coerente” anche se tale coerenza non può essere concepita sul modello di quella a noi più familiare. Ma la differenza sta proprio nel modo in cui i vari elementi che compongono l’idea di che cosa sia un essere umano in contrapposizione a una pianta o a una roccia si combinano tra loro per produrre una definita, distinta e irriducibile idea di “persona”. Sesso, genere, emozioni Vi sono culture che pongono esplicitamente la differenza “femminile” e “maschile” all’origine di tutte le cose, altre classificano gli oggetti e i fenomeni della realtà intera riconducendoli a uno o all’altro di questi 2 principi. Anche nelle nostre società post-industriali e post-moderne. Per Francoise Heritier l’opposizione femminile/maschile oppone l’identico al differente e costituisce uno di quei temi che si ritrovano in tutto il pensiero scientifico, antico e moderno e in tutti i sistemi di rappresentazione. L’universalità dell’opposizione femminile/maschile non implica che in tutte e culture si abbiano rappresentazioni analoghe delle relazioni tra i sessi. Per la Heritier tale distinzione è il risultato di una serie di manipolazioni simboliche e concrete che riguardano gli individui essendo tale distinzione una costruzione sociale. Vi sono culture presso le quali l’identità sessuale di un individuo può non essere legata al suo sesso anatomico ma a fatti socialmente costruiti, ricostruiti e approvati. Allo scopo di distinguere tra identità sessuale “anatomica” e “socialmente costruita” gli antropologi usano i termini sesso e genere. Le differenze sessuali sarebbero allora quelle legate alle caratteristiche anatomo- fisiologiche di un individuo; le differenze di genere, invece, risulterebbero dal diverso modo di concepire “culturalmente” la differenza sessuale. Le culture, utilizzando in maniera simbolica le differenze biologiche, costruiscono rappresentazioni sociali e culturali dell’identità sessuale spesso diverse tra loro. Sesso e genere sono dunque 2 dimensioni identitarie distinte. E’ chiaro che nella pratica sociale tali dimensioni tendono a fondersi in rappresentazioni e comportamenti di vario tipo. Una di queste rappresentazioni è che le donne siano individui preposti naturalmente alla riproduzione. Nella costruzione delle differenze di genere non sono presenti solo dati naturali (sesso anatomico) o credenze di vario tipo ma anche e soprattutto dinamiche che fanno della riproduzione femminile qualcosa di controllabile, manipolabile ed espropriabile. La separazione, l’esclusione, la distinzione tra i sessi sono realizzate mediante la messa in opera di simboli, pratiche e attribuzione di ruoli, tanto reali quanto immaginari.Molte società insistono su aspetti della personalità femminile quali la reputazione, la modestia, la verginità, l’onore, tutti tratti connessi con l’uso del corpo. In molte società si ritiene che uomini e donne abbiano personalità differenti: più razionali e lucide quelle degli uomini, più istintive ed emotive quelle delle donne. Queste sono però distinzioni che riflettono più delle costruzioni di genere che delle differenze di natura sessuale. M.Mead: presso i popoli da lei studiati i tratti del carattere maschile e femminile erano determinati più dall’educazione e dai modelli appresi che non da una predisposizione naturale, i diversi valori espressi da culture differenti tendevano a produrre ciascuno un carattere tipico medio maschile e femminile. Lo studio delle emozioni è un settore di ricerca sviluppato solo recentemente dagli antropologi, i problemi connessi con lo studio delle emozioni e con la sfera dell’interiorità sono molteplici e controversi.Gli antropologi sono però d’accordo su un punto:gli stati d’animo non sono universali o meglio non sono espressi ovunque nella stessa maniera. L’odio la paura la felicità e la tristezza non sono il frutto di una natura geneticamente “determinata”. Essi sono piuttosto concepiti ed espressi da “soggetti culturali” cioè in base ai modelli culturali introiettati durante l’infanzia e riplasmati continuamente nel corso della vita successiva di un individuo. Lo studio delle emozioni e della sfera interiore si è concentrato sul problema della traduzione. Gli studi più recenti di antropologia delle emozioni si sono sforzati di tradurre quei concetti e quelle parole che in determinati contesti sociali vengono usati per esprimere particolari stati d’animo, sentimenti ed emozioni. Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 10 In generale le emozioni vengono modulate in relazione a una serie complessa di fattori: età, genere, posizione sociale, contesto pubblico e privato, concezioni locali della mente e del corpo, nonché le disposizioni individuali che sono alla base di ciò che noi chiamiamo il “carattere di una persona”. Molti studi degli antropologi hanno cercato di mettere in luce il rapporto delle emozioni con il sistema delle interazioni interpersonali e delle relazioni sociali. Vi sono molti stati d’animo, emozioni e sentimenti connessi con espressioni corporee che mutano da cultura a cultura. Tali espressioni sono apprese dagli individui, tanto come frutto di un insegnamento quanto come effetto dell’imitazione. Caste, classi, etnie (India)La gerarchia castale è una gerarchia di purezza rituale la cui logica informa l’intero pensiero hindu e non solo l’ambito delle relazioni economiche e di potere.Il sistema castale distingue gli esseri umani in base alla loro occupazione, quindi sulla base di un elemento culturale. La nozione di classe è strettamente legata alla tradizione della filosofia e dell’economia politica europee, e in special modo alle analisi della società nata sulla spinta della rivoluzione industriale. Karl Marx riteneva che la storia delle società fosse caratterizzata da ciò che chiamò “lotta di classe” ossia dallo scontro tra gruppi sociali con interessi economici e politici diversi e conflittuali. Le distinzioni di tipo economico erano per Marx il frutto oltre che di disparità oggettive nell’accesso alle risorse anche della rappresentazione che ogni gruppo aveva di se stesso in relazione alle altre classi. Le distinzione di classi si riflettono infatti anche sul piano delle “culture” che ogni classe elabora ed esprime sulla base della propria esperienza del mondo. Su queste differenze culturali “di class” nascono forme di distanziazione sociale “di fatto” ma non di diritto come invece è il caso delle caste indù. Le classi sociali si hanno infatti in sistemi economici e politici in cui è formalmente assicurata a tutti la possibilità di ascendere socialmente, e in cui diritti e doveri sono, almeno in via di principio, equamente distribuiti. Gli antropologi hanno impiegato il termine etnia per indicare un gruppo umano identificabile mediante la condivisione di una medesima cultura, di una medesima lingua, di una stessa tradizione e di uno stesso territorio. Si parlava così di etnie africane, nordamericane, mediorientali.. (etnicità = sentimento di appartenenza a un gruppo definito culturalmente, linguisticamente e territorialmente in maniera rigida e definita) Nella contrapposizione etnica ciò che agisce di più di ogni altra cosa è la volontà di enfatizzare uno o più elementi differenziali dimenticando tutti gli altri che invece accomunano. Lo scopo dello scontro etnico è l’eliminazione dell’altro, il suo annullamento fisico oltre che psicologico. Il fattore etnico può anche essere utilizzato allo scopo di ottenere vantaggi sul piano economico per alcuni gruppi di interesse. L’etnicità è un modo di percepire l’identità che può essere compreso soltanto in relazione a situazioni sociali e storiche precise, non come riflesso di una improbabile cultura originaria o autentica. VI FORME DELLA PARENTELA La parentela come relazione e come rappresentazione Si parla di relazioni di parentela come di relazioni biologicamente socialmente e culturalmente stabilite, le quali incidono con forza straordinaria sulla vita degli esseri umani. Tutte le culture hanno un’idea dei legami che intercorrono tra un genitore ed i suoi figli o tra figli di una coppia, ma le idee relative alla parentela implicano differenti concezioni inerenti al concepimento, alla formazione e alla crescita degli esseri umani. Vi sono società in cui i nuovi nati sono considerati “reincarnazioni” degli spiriti dei defunti, in altre i bambini sono spiriti dei luoghi, altre società ritengono che un bambino prenda forma nel cervello del padre. Lo studio della parentela ci illumina su molti aspetti della vita sociale e culturale in quanto si ricollega alle concezioni della vita e della morte, della morale, della religione, alle concezioni della persona,, dei diritti, dei doveri e di altre cose ancora. I legami parentali non riguardano solo i rapporti tra individui bensì anche e forse soprattutto i rapporti tra gruppi. Per descrivere le relazioni tra individui e tra gruppi, vengono tracciati dei diagrammi, ossia disegni costituiti da simboli convenzionali, linee, lettere e numeri: Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 11 - il simbolo Ego (in latino “io”) indica l’individuo attorno al quale viene costruito un diagramma, e dal cui punto di vista il diagramma di parentela va letto - i parenti consanguinei sono quelli in colore nero: essi sono legati a Ego in quanto biologicamente connessi con quest’ultimo; i parenti alleati, in colore bianco, sono quelli acquisiti attraverso il matrimonio di Ego - i diagrammi tracciati dagli antropologi sulla base delle loro informazioni tendono a riprodurre l’idea che gli attori sociali hanno delle proprie interrelazioni - spesso le relazioni non risultano perché quasi tutte le società tendono a rimuovere relazioni considerate illegittime sul piano giuridico - vi sono elementi chiamati “sigle” che servono a costruire i diagrammi di parentela, si tratta di sigle utilizzate per designare gli individui in rapporto a Ego, l’uso di queste sigle consente di descrivere i parenti di Ego indipendentemente dal modo in cui si è soliti chiamare o rivolgersi ai parenti (non tutti i popoli designano allo stesso modo i parenti) - l’uso dei simboli e delle sigle di parentela consente di rappresentare connessioni estremamente complicate in maniera rapida ed efficace. Il sistema più semplice per dar vita a gruppi a scopo di collaborazione e di difesa è stato, sin dal paleolitico, quello di fare riferimento alla “parentela”. Tutte le società si sono applicate a escogitare sistemi per definire dei gruppi e a elaborare regole in base alle quali assegnare la prole a un gruppo piuttosto che a un altro. I gruppi di discendenza sono gruppi di individui i quali, per il fatto di discendere da un antenato comune, sono in grado di far coincidere popolazione e risorse, di affermare su queste ultime dei diritti d’uso prioritari e di trasmettere tali diritti alla propria discendenza, ossia a tutti quegli individui che nascendo saranno inclusi nel gruppo in base al criterio della discendenza (non tutte le società usano il criterio della discendenza per formare dei gruppi genealogicamente stabili). Nel corso della loro storia gli esseri umani hanno escogitato modi diversi per determinare la discendenza e quindi l’appartenenza sociale dei nuovi nati. I tipi di discendenza sono essenzialmente tre: - patrilineare: stabilita esclusivamente attraverso legami tra individui di sesso maschile - matrilineare: fondata esclusivamente sui legami tra individui di sesso femminile - cognatica: fondata su legami stabiliti attraverso una linea di discendenza che comprende individui sia di sesso maschile che di sesso femminile La discendenza di tipo patrilineare e quella di tipo matrilineare vengono definite unilineari per distinguerle dalla discendenza di tipo cognatico che non segue alcuna linea prestabilita. Esistono società a discendenza doppia le quali associano il principio della patrilinearità a quello della matrilinearità dove di solito alcune prerogative sono acquisite per via patrilineare (cariche politiche, proprietà..) mentre altre per via matrilineare (cariche rituali, poteri magici..). Nella società europea odierna non abbiamo gruppi di discendenza. Si preferisce parlare di società bilaterali. Con l’espressione gruppo corporato si indicano quei gruppi fondati sul principio della discendenza i quali condividono, su basi collettive, diritti, privilegi e forme di cooperazione economica, politica e rituale. Perché un gruppo sia considerato tale è necessario che i suoi membri mettano in atto e rispettino le condizioni citate. Due importanti nozioni legate al concetto di discendenza sono quelle di lignaggio e di clan. Il lignaggio è costituito da tutti gli individui che possono tracciare una comune discendenza da un determinato individuo.Se tale connessione è stabilita attraverso gli individui di sesso maschile avremo un patri-lignaggio (viceversa per il matri-lignaggio). Clan sono invece chiamati quei gruppi di discendenza i cui membri non possono ricostruire la successione degli individui che connettono i loro rispettivi lignaggi all’antenato comune, ma che hanno solo un sentimento di appartenere a una comune discendenza. La nozione di parentado designa quell’insieme di persone che sono rilevanti dal punto di vista della vita concreta dal singolo individuo. Il parentado costituisce la cerchia degli individui su cui gli individui possono effettivamente contare. Il parentado ha un peso sociale notevole. Non esistono mai parentadi identici poiché un parentado è sempre egocentrato e un individuo rientra in molteplici parentadi, quelli di tutti gli individui con i quali è in relazione di consanguineità. La residenza è un importante fattore connesso con la dimensione della parentela perché la maggiore o minore prossimità spaziale tra individui determina spesso il grado della loro coesione. Tale coesione emerge nel caso di Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 12 fruppi di discendenza localizzati dispersi, dove il fattore della residenza prevale su quello della discendenza. Nel caso di gruppi di discendenza che risiedono nello stesso territorio, la prossimità diventa un fattore di ulteriore coesione e il loro carattere corporato può uscirne rafforzato. Quando si disperdono, i gruppi possono perdere il senso della comune appartenenza, il loro carattere corporato può ridursi. Tutte le società hanno modelli ideali di residenza postmatrimoniale, ossia del luogo in cui, teoricamente una nuova coppia sarebbe tenuta a stabilirsi; essi possono essere così elencati: patrilocale, matrilocale, ambilocale, neolocale, natolocale, avuncolacale. Tra i vari aspetti della parentela, di fondamentale importanza è la dimensione dell’alleanza, o affinità. Quest’ultima coincide con il matrimonio. Le forme del matrimonio ordinariamente riconosciute sono: monogamico (tra 2 individui), poliginico (tra un uomo e più donne), poliandrico (tra una donna e più uomini). Una definizione universalmente valida per gli antropologi di matrimonio è: “una transazione che si risolve in un accordo in cui una persona stabilisce un diritto continuativo di accedere sessualmente a una donna, e nel quale la donna in questione è considerata suscettibile di avere dei figli”. Il matrimonio è un atto che legalizza un rapporto sessuale da cui possono nascere dei figli che, proprio perché nati in questo contesto, potranno essere ritenuti “legittimi”. La famiglia composta dai cugini e dalla prole costituisce l’unità minima di produzione e riproduzione (famiglia nucleare) La famiglia nucleare esiste quasi sempre nel contesto di quella che si chiama famiglia estesa, costituita dagli individui appartenenti a tre generazioni e che formano spesso, con l’aggiunta di altri elementi, un gruppo domestico. Strettamente legate alla nozione di matrimonio sono le nozioni di esogamia (unione matrimoniale di un individuo all’esterno del gruppo) e di endogamia (unione matrimoniale di un individuo all’interno del gruppo). Tutte le società distinguono tra individui “consentiti” e “vietati” dal punto di vista matrimoniale. Unioni sessuali con individui vietati sul piano matrimoniale vengono normalmente considerate “incestuose”, illecite, e come tali passibili di condanna. Con l’espressione proibizione dell’incesto viene indicato infatti il divieto relativo all’unione matrimoniale tra determinati individui. L’istituzione del comparaggio prevede che alla nascita di un figlio i genitori scelgano un padrino o una madrina con le quali si instaura un rapporto di parentela spirituale, in conseguenza del quale valgono gli stessi divieti sessuali che vigono tra parenti reali. Secondo alcuni antropologi il modo più semplice per individuare con precisione gli individui “consentiti” e “vietati” sul piano matrimoniale, è quello di distinguere tra cugini incrociati e cugini paralleli. I cugini incrociati sono i figli e le figlie di fratelli germani di sesso differente. I cugini paralleli sono i figli e le figlie di fratelli germani dello stesso sesso. Le terminologie di parentela Una terminologia di parentela è il complesso dei termini di cui una società dispone per designare gli individui in relazione di consanguineità e di alleanza. Lewis Henry Morgan scoprì che esistevano di principi di coerenza logica e di razionalità assoluta nel modo in cui gli indiani Irochesi chiamavano i loro parenti.Morgan derivò i 3 assunti: - 1° : “legge di coerenza interna dei reciproci” le terminologie di parentela costituiscono dei sistemi, a ogni termine con cui un individuo designa un suo parente ne corrisponde sempre un altro usato da quest’ultimo per designare il primo (per questo si parla di sistemi di parentela) - 2° : i sistemi terminologici di parentela rientrano in poche categorie fondamentali - 3° : sistemi molto diversi possono trovarsi in regioni geograficamente prossime, mentre sistemi tra loro simili possono essere rintracciati in località lontanissime una dall’altra Alfred L. Kroeber mise in evidenza come nello studio delle terminologie si debba tenere conto di un certo numero di fattori, i quali corrispondono ai principi che regolano la costituzione dei sistemi terminologici di parentela. Tali principi possono essere impiegati tutti oppure no, in una combinazione piuttosto che in un’altra: la generazione, il sesso, la distinzione tra consanguinei e affini, la distinzione terminologica tra consanguinei in linea diretta e consanguinei in linea collaterale, la biforcazione, l’età relativa, il sesso del parente attraverso il quale passa la relazione, condizione del parente a cui si fa riferimento. Gli antropologi hanno isolato sei tipi principali di sistemi terminologici di parentela e hanno loro assegnato i seguenti nomi: hawaiano, eschimese, omaha, crow, irochese, sudanese. Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 13 Questi sei tipi sono raggruppati di solito in tre differenti categorie: - a) sistemi bilaterali (Ego non fa distinzione tra parenti del lato paterno e parenti del lato materno - no biforcazione) - b) sistemi lineari (Ego distingue terminologicamente i cugini incrociati dai paralleli e i parenti consanguinei da parte di padre e da parte di madre, fondono i parenti dello stesso sesso – si biforcazione) - c) sistemi descrittivi (usano un termine differente per ogni parente di Ego appartenente alla propria generazione a quella dei genitori e dei propri figli). La parentela come pratica sociale E’ in riferimento sia agli individui viventi sia a quelli scomparsi che i soggetti costruiscono le loro relazioni più intime in virtù delle quali possono sperare di ricevere protezione, educazione, sostegno, solidarietà e giustizia. I diversi modi di intendere la parentela non si riducono alla diversità dei sistemi terminologici usati in Europa, in africa o in India ma consistono anche e soprattutto nell’uso pratico che i vari popoli fanno di essa. Analizzeremo quindi come la parentela agisce in diversi contesti culturali, storici e pratici (intesi come quelle situazioni o aspetti della vita sociale che coincidono con le condizioni della riproduzione sociale). Parentela nelle società unilineari (patri e matri-lineare) : la formazione di gruppi di discendenza unilineari fornisce il vantaggio di poter stablire con facilità chi siano stati, chi siano e quali saranno i membri del gruppo di discendenza. Il principio della discendenza unilineare consente la costituzione di gruppi corporati i quali possono gestire risorse e stabilire i criteri d’accesso a queste ultime. - gruppi patrilineari: è probabile che il gruppo di discendenza debba essere connesso in qualche misura al tipo di residenza che i componenti di una società adottano di preferenza dopo il matrimonio. La discendenza patrilineare sarebbe emersa laddove si registrava la presenza di gruppi di maschi adulti interrelati tra loro.Le regole dell’esogamia (le donne si sposano fuori) e della residenza patrilocale (gli uomini rimangono) sarebbero così all’origine dei gruppi di discendenza patrilineari. Più i due principi della patrilinearità e della patrilocalità vengono a sovrapporsi, più il gruppo di discendenza è importante nel determinare la vita degli individui. Centrale è la preoccupazione di avere maschi che ne assicurino la continuità attraverso le successive generazioni. L’ideologia che esalta la superiorità dell’uomo sulla donna è tipica specialmente delle società a discendenza patrilineare. Il controllo della progenitura e quindi della fertilità delle donne, ha comportato la nascita di vasti sistemi di scambio matrimoniale i quali comportano il coinvolgimento di numerosi gruppi (levato, sororato,compensazione matrimoniale) - gruppi matrilineari: il potere e l’autorità sono appannaggio degli uomini e non delle donne. Mentre nelle società patrilineari la discendenza e l’autorità sono trasmessi lungo la medesima linea, in quelle patrilineari la loro trasmissione si effettua lungo due linee diverse: la discendenza per via femminile, l’autorità per via maschile. L’autorità si trasmette dal fratello di una donna al figlio maschio di quest’ultima (+avuncolato, tensione per discendenza tra fratello e marito). La progressiva riduzione delle società patrilineari sembra essere l’effetto dell’espansione dell’Occidente. La colonizzazione prima, l’urbanizzazione e le migrazioni poi, hanno contribuito ad acutizzare tali problemi condensabili nel dilemma discendenza-autorità. La condizione della donna nella società matrilineare si può valutare in base alla maggiore o minore autorità che su di lei esercitano il marito da un lato e il fratello dall’altro. In un caso e nell’altro la donna non gode di grande libertà. Gruppi a discendenza doppia: sono quelli dove Ego appartiene a due linee di discendenza: quella stabilita attraverso il patrilignaggio e quella stabilita attraverso il matrilignaggio.Entrambe le linee di discendenza danno origine ad altrettanti gruppi corporati. Per 2 motivi: i gruppi a discendenza doppia sono possibili solo perché ciascun gruppo ha funzioni diverse da quelle dell’altro; la discendenza doppia non sembra evocare negli interessati le rappresentazioni delle due linee di discendenza tali da attribuire a entrambe lo stesso peso. Gruppi a discendenza cognatica: una caratteristica dei gruppi a discendenza cognatica è che un’individuo può far parte di linee differenti, le quali tuttavia non possono avere, per Ego, tutte la stessa importanza. In questo tipo di società un gruppo di discendenza può funzionare come criterio di reclutamento di un gruppo in vista di un certo obiettivo (organizzazione della produzione, formazione di nuclei di residenza..) per lasciare il passo a un altro gruppo in un’altra circostanza (riti, cacce..). Alcuni antropologi hanno messo l’accento sul modello di residenza adottato come elemento decisivo nella determinazione del gruppo cognatico di appartenenza. Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 14 VII DIMENSIONE RELIGIOSA ESPERIENZA RITUALE Concetti e culti Una religione po’ essere definita come un “complesso più o meno coerente di pratiche (riti e osservanza di precetti) e di rappresentazioni (credenze) che riguardano i fini ultimi e le preoccupazioni estreme di una società di cui si fa garante una forza superiore all’essere umano”. Questa definizione tocca due dimensioni: quella del significato e quella del potere. La dimensione del significato sta proprio nei valori esprimenti i fini ultimi e le preoccupazioni estreme di una società. La dimensione del potere invece risiede nell’idea che vi sia qualcosa o qualcuno che ha l’autorità incondizionata di sanzionare tali valori. Questo qualcosa è in genere identificato con un ente soprannaturale che si manifesta direttamente oppure tramite i suoi rappresentanti umani. La religione ha il compito di spiegare l’importanza indiscutibile di quei valori stessi, di affermarli e di ribadirli; la religione svolge quindi una funzone integrativa. Allo stesso tempo proprio perché difende la bontà e la verità dei valori ultimi di una società, la religione riveste una funzione protettiva delle certezze di quest’ultima. La duplice funzione della religione si esplica in concreto attraverso simboli, miti e riti. I simboli veicolano concetti , i quali costituiscono i significati dei simboli; i miti sono i racconti che organizzano i concetti in discorsi dotati di una propria coerenza; i riti sono le azioni che mettono in scena i concetti, li rappresentano a coloro che eseguono il rito e a coloro che vi assistono. Wallace elenca gli elementi che ci indicano che siamo in presenza di una religione: la preghiera, la musica, la prova fisica, l’esortazione, la recitazione del codice, mana (forza invisibile), il tabu, il convivio (mangiare e bere), il sacrificio, la congregazione, l’ispirazione, il simbolismo. Wallace ha anche distinto quelli che secondo lui sono i “tipi di culti” che egli chiama individuali, sciamanici, comunitari ed ecclesiastici: - individuali: praticati dal singolo individuo all’interno di un codice religioso condiviso di rappresentazioni - sciamanici: il contatto con le potenze invisibili è assicurato dall’opera di uno sciamano, personaggio che detiene un posto particolare nella vita religiosa e rituale della comunità, dotato della particolare facoltà di avere visioni nel mondo soprannaturale - comunitari: tutte le pratiche religiose che prevedono la partecipazione di gruppi di individui organizzati sulla base dell’età, del sesso, della funzione, del rango, e che si riuniscono per questo preciso scopo senza alcun aspetto di permanenza e continuità - culti ecclesiastici: prevedono l’esistenza di gruppi di individui specializzati nel culto. Le varie chiese cristiane possiedono queste caratteristiche, anche presso i musulmani esistono individui che si dedicano solo ed esclusivamente al culto. Simboli e riti Alla base di ogni rappresentazione religiosa vi sono dei simboli sacri i quali servono a sintetizzare l’ethos di un popolo, il tono, il carattere e la qualità della sua vita, il suo stile e il suo sentimento morale ed estetico, nonché la sua visione del mondo, l’immagine che ha di come sono effettivamente le cose, le sue idee più generali dell’ordine. Geertz. I simboli insomma significano dei concetti che rinviano ai valori fondamentali e ultimi di una società. I simboli sacri agiscono su coloro che li percepiscono mettendoli nella condizione di predisporsi a un’azione e/o suscitando il loro un particolare stato d’animo. I simboli sacri producono, nell’animo di chi ne recepisce il significato, un’idea rappacificante , di ordine. Il tipo di ordine che i simboli sacri suggeriscono riguarda piuttosto la certezza che, nonostante il mondo si presenti sotto forma di un caotico insieme di eventi imprevedibili, dolorosi e capaci di sconvolgere l’universo morale degli esseri umani, vi è pur sempre una realtà sicura, ultima, vera e immutabile alla quale essi possono richiamarsi. Per far si che un simbolo sia riconoscibile come sacro bisogna infatti che la sua sacralità si imponga alla sensibilità e alla mente dei soggetti. Perché ciò accada gli esseri umani per potere riconoscere il carattere sacro di un simbolo devono essere stati addestrati allo scopo. Tale addestramento si realizza attraverso i riti. Un rito può essere inteso come un complesso di azioni, parole, gesti la cui sequenza è prestabilita da una formula fissa. Si tratta di sequenze di azioni e parole mediante cui vengono evocati dei simboli i quali svelano il loro carattere sacro ai partecipanti. I riti sono di solito officiati da personaggi speciali in qualche modo dotati di autorità. Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 15 I riti sembrano in effetti costruire delle attività entro cui si genera un principio di autorità. I riti sono ciò che rende evidenti le verità della religione, ossia i valori, i fini ultimi, l’ordine del cosmo e della società. I riti suscitano emozioni che facilitano l’introiezione di rappresentazioni dell’ordine cosmico. Vi sono riti che si distinguono per alcune caratteristiche particolari: - riti di passaggio: riti che sanzionano pubblicamente il passaggio di un individuo o di un gruppo di individui da una condizione sociale o spirituale a un’altra (battesimi, circoncisioni rituali, matrimoni, funerali, insediamenti, entrata e uscita da un ordine religioso). Ogni evento dalla gravidanza alla morte, dalla pubertà al parto, dal fidanzamento al matrimonio ecc tutto deve essere accompagnato da riti di passaggio atti a scandire la transizione da uno stato all’altro. Van Gennep distinse all’interno di ciascun rito di passaggio 3 fasi ciascuna caratterizzata da rituali specifici: separazione (riti preliminari), margine (riti liminari) e aggregazione (riti postliminari). (Es. riti di passaggio: pellegrinaggio musulmano) - rituali funerari: contengono gesti, azioni e parole che richiamano nella mente di coloro che vi partecipano, i valori e i significati su cui la società in questione fonda l’ordine del mondo e di sé medesima. I valori ultimi su cui si fondano hanno sempre una relazione con la dimensione religiosa. I riti possono variare di molto ma queste differenze dipendono dal punto di vista della complessità del rito stesso, dalla complessità della struttura della società in questione. Per Hertz la morte è una transizione che tutte le società rappresentano grazie alla messa in scena di riti speciali, essa è anche un evento che si contrappone alla vita. La morte appare agli esseri umani “priva di senso”, per continuare a vivere le società devono “rendere ragionevole” la morte e devono connetterla con i valori e le rappresentazioni che danno un senso alla vita stessa. In molte società la morte è connessa al suo opposto: il concepimento. Ed è proprio su questo fatto che si concentrano presso alcuni popoli i rituali funerari. I temi della fertilità femminile e maschile e della sessualità vengono a caratterizzare sovente i riti funebri. (Es. riti funerari: faraoni antico Egitto) - riti di iniziazione: sanciscono il passaggio degli individui da una condizione sociale o spirituale a una diversa dalla precedente. Essi sono la dichiarazione pubblica, socializzata, dell’assunzione di un nuovo status di un individuo e delle responsabilità che questo nuovo status comporta. I riti di iniziazione hanno lo scopo di situare ufficialmente l’individuo in posizioni adeguate alla sua età sociale e quindi sancire i diritti e i doveri che gli competono in fasi diverse della vita. Anzianità e autorità sono condizioni che possono essere aggiunte progressivamente e tale processo è in molti casi scandito da riti di iniziazione. Sono riti di iniziazione anche la circoncisione da ebrei, il battesimo cristiano, oppure il passaggio da adolescente a giovane guerriero oppure quelli che sanciscono l’affiliazione degli individui a gruppi malavitosi, a logge massoniche o a società segrete. Religioni e identità nel mondo globalizzato Nel corso del Novecento sono sorti movimenti religiosi un po’ in tutto il mondo, tali culti sembrano nascere in risposta a eventi e a dinamiche relativamente recenti. Sono sorti in risposta alle mutazioni sociali e culturali, sono estremamente variegati, diversi per le dimensioni e per il peso che essi esercitano sulla vita di comunità di differente ampiezza: - culti di revitalizzazione: sono quelli a cui un gruppo o una comunità dichiarano di puntare a un miglioramento delle proprie condizioni di vita, e nei quali sia i riti che le rappresentazioni hanno come fine quello di rivitalizzare il senso di identità del gruppo o della comunità medesima. - culti millenaristici: sono quelli che accentuano le rappresentazioni relative all’avvento di un’epoca di pace e di felicità, avvento che può essere favorito, incoraggiato e predisposto mediante appropriate attività rituali e grazie a un particolare atteggiamento interiore da parte dei partecipanti - culti nativistici: sono quelli che fanno propria la protesta contro le condizioni di svantaggio sofferte dalle popolazioni native e che mirano a riaffermare e a far rinascere aspetti culturali come strumenti di rivendicazione della propria identità, in opposizione alla cultura del gruppo dominante - culti messianici: sono quelli a sfondo carismatico, legati cioè alla presenza di una forte personalità (messia) e che sono sorti dall’incontro fra culti locali e cristianesimo. Si caratterizzano quasi sempre per il fatto di fondarsi sull’attesa di un rivolgimento socio-politico radicale. Alcuni culti nati nel contesto degli sconvolgimenti prodotti dal colonialismo possiedono i caratteri di movimenti organizzati, con obiettivi che spesso hanno finito per assumere una coloritura politica di portata più Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 16 o meno ampia. Altri culti sono invece assai più circoscritti ad ambienti specifici o possiedono finalità molto particolari. Le enormi potenzialità comunicative e interattive sviluppatesi con la diffusione delle più recenti tecnologie non hanno mancato di produrre un nuovo livello di comunicazione religiosa. Internet diventa il potente veicolo di queste forme di visionarismo tecnologico. La rete permette di stabilire dei gruppi di preghiera, di celebrare riti comunitari e di visitare siti come se fossero luoghi di pellegrinaggio. Alla moltiplicazione e alla frantumazione della dimensione religiosa nel mondo globalizzato, dove la religione sembra oggi tornare a essere il principale punto di riferimento per migliaia di gruppi e di comunità alla ricerca di un senso da dare al mondo e alla propria vita, si contrappone una rappresentazione della religione come dato monolitico, assolutamente coerente, totalizzante e capace di definire intere identità culturali. VIII ATTIVITA’ CREATIVA ED SPRESSIONE ARTISTICA La creatività culturale E’ strettamente legata a una caratteristica fondamentale del linguaggio umano: la sua produttività infinita. La creatività culturale consiste nella possibilità che gli esseri umani hanno di produrre sempre nuovi significati a partire dai modelli culturali a loro disposizione. La creatività, intesa come capacità di produrre novità mediante la combinazione e la trasformazione delle pratiche culturali esistenti, è non soltanto presente in tutte le società, ma trova anche riscontro in campi molto diversi da quelli in cui noi d’abitudine tendiamo a collocarla: la tecnologia, la scienza e l’arte. Vi sono forme di attività e circostanze in cui accostamenti di pratiche e significati inediti sono più evidenti che in altre. Una di queste circostanze è costituita, oltre che dalla produzione artistica e dall’innovazione tecnica, dalla festa. Le feste mettono in moto comportamenti improntati alla dimensione collettiva. La festa segna una rottura con il corso ordinario della vita. Proprio in quanto costituiscono degli stacchi nel flusso della vita ordinaria, le feste, i giochi e i riti possono venire a costituire dei marcatori temporali di una certa importanza. Nella festa si creano gruppi e sottogruppi, punti di aggregazione autonoma che sviluppano la festa secondo dinamiche largamente casuali. La festa si prepara a essere un terreno culturalmente creativo. I partecipanti si sentono coinvolti in un processo collettivo dove le differenze tradizionali tra individui si annullano o si riducono notevolmente, i comportamenti possono deviare, a seconda delle circostanze, e gli individui sperimentano una sorta di libertà d’azione e d’espressione. Alcuni autori hanno considerato le feste come eventi collettivi che mirano a rinsaldare periodicamente il senso dell’appartenenza a una comunità. Altri hanno visto nelle feste un modo per fronteggiare e neutralizzare la negatività dell’esistenza. Molte feste sono occasioni per ribadire l’ordine e la gerarchia sociali. La creatività della festa non coincide né con il suo carattere trasgressivo (il carnevale) né con il suo carattere normativo (l’iniziazione dei giovani). Tale creatività consiste invece nella possibilità che, nella festa, si compiano accostamenti simbolici inediti o comunque insoliti mediante i quali sia possibile trasmettere concetti e stati d’animo difficilmente esprimibili altrimenti L’espressione estetica Le arti si ripartiscono in arti visive e non visive. Quelle visive comprendono le arti plastiche (scultura, intaglio, ceramica) e quelle grafiche (pittura, disegno). La danza, il teatro, il cinema e la televisione sono anch’esse forme d’arte visiva. Invece la poesia , l’oratoria, la musica e il canto sono arti non visive. In tutte le culture vi sono modi di accostare colori, forme , parole, suoni e movimenti del corpo i quali producono, su chi li esegue, li osserva o li ascolta, uno stato percettivo capace di suscitare reazioni e stati d’animo di un tipo diverso da quelli indotti dalle azioni e dalle immagini della vita ordinaria. Per poter parlare di percezione estetica bisogna che non solo venga prodotto qualcosa di capace di suscitare questo tipo di percezione, ma è anche necessario che i soggetti siano disposti a farsi cogliere da tali reazioni e stati d’animo. Il senso estetico è in parte un fatto soggettivo e in parte un fatto collettivo. Inoltre i cambiamenti in ciò che chiamiamo moda sono la dimostrazione del fatto che le percezioni estetiche non sono statiche, ma cambiano come altri aspetti della cultura in quanto rinviano anch’esse a concetti e modelli culturali. I modelli estetici sono introiettati e condivisi da un certo numero di individui. Ne consegue quindi che la produzione estetica di una data cultura è collegata in qualche modo ai valori, alla visione del mondo e al modo, o ai modi, di sentire che sono tipici di una certa comunità. Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 17 L’arte non è infatti un’attività disgiunta dal contesto sociale, politico, culturale ed economico in cui viene prodotta. L’arte può essere più o meno creativa, può cioè essere più o meno efficace nel far insorgere in noi uno stato percettivo di tipo estetico, ma in ogni caso i suoi legami con le condizioni generali del gruppo entro il quale viene prodotta hanno un’importanza fondamentale. Non tutte le culture sviluppano allo stesso modo quelle che noi chiamiamo arti. La loro espressione estetica può infatti concentrarsi su una o alcune di esse e ignorare completamente o quasi tutte le altre. Un esempio abbastanza significativo di questo tipo di selezione estetica è costituito dalla cosiddetta arte africana la quale si è concentrata sulle arti visive e in particolare sulla scultura. Non esistono canoni estetici universali. Negli esseri umani è universale la capacità di esprimersi esteticamente ma la forma assunta da tale espressione estetica nelle diverse culture dipende da un’ampia varietà di fattori: la funzione del prodotto, i valori e le rappresentazioni a cui esso rinvia, l’uso che se ne fa, il destinatario e, non certo da ultimo, la motivazione e l’ispirazione dell’artista. L’arte tribale nel contesto occidentale Nel corso del XIX secolo i musei antropologici ed etnologici vennero moltiplicandosi in Europa come negli Stati Uniti. L’enorme quantità di oggetti provenienti dai modi primitivi e arcaici dei 5 continenti andò accumulandosi per opera di viaggiatori, commercianti, esploratori. A partire dagli anni successivi alla Seconda guerra mondiale i musei etnografici hanno sviluppato e affinato sempre più i loro criteri espositivi. Dal momento che viene valorizzata la dimensione estetica dei pezzi esibiti, questi tendono ad essere inglobati nella categoria occidentale di arte. A tale inglobamento hanno concorso 2 motivi, per certi aspetti interconnessi tra loro. 1- I pittori e gli scultori europei appartenenti alle correnti di avanguardia cominciarono a prestare una speciale attenzione agli oggetti provenienti dall’Africa, dall’Oceania e dalle Americhe. L’attenzione ebbe motivazioni complesse come il recupero di modelli non competitivi, armonici e sottratti al flusso della modernità stessa. Questa corrente viene chiamata primitivista 2- Altre tendenze raggruppate sotto il nome di modernismo, le quali ripresero le arti esotiche come motivo di ispirazione. Il modernismo considerava le opere primitive come il riflesso di intuizioni estetiche originarie, prive di connessioni con la realtà, opere “senza tempo” e dunque dei prototipi artistici allo stato puro. L’arte tribale e quella moderna risulterebbero apparentemente affini proprio per la distanza che le sapara entrambe da un universo che ci è familiare, e non in ragione di una convergenza dei principi che le ispirano. L’unica cosa che si potrebbe dire circa le somiglianze tra certe opere moderne e certe opere primitive è che gli artisti europei trassero ispirazione da queste ultime per esprimere le loro idee estetiche di rivolta nei confronti dell’accademia e dei canoni del tempo, dimostrando così una volta di più che i modelli estetici non sono affatto statici ma si riformulano nella tensione ch esi stabilisce tra essi e modelli “altri”. L’arte tribale nel corso del Novecento ha cominciato ad avere un proprio mercato il cui sviluppo rappresenta la seconda ragione che ha reso possibile l’assimilazione degli oggetti provenienti da contesti extra-europei a opere d’arte. Questi pezzi vengono considerati “artistici” perché hanno un valore, perché possono cioè entrare nel “mercato dell’arte”. In generale valutazioni estetiche e valutazioni economiche interagiscono tra loro nel determinare la considerazione di un oggetto in quanto “opera d’arte” o meno. Questo allargamento del mercato dell’arte tribale o etnica è una conseguenza del fatto che a partire da un certo periodo le opere ritenute autentiche e originali, in alcuni casi dei veri capolavori anche dal punto di vista europeo non sono state più riprodotte. In molte società il fine per cui tali oggetti erano fabbricati non esiste più: non esistono più le religioni, non esistono più riti, non esistono più quei poteri terreni o spirituali ai quali maschere, sculture, dipinti erano stati eseguiti. Gli oggetti acquisiti dai musei e dai privati occidentali sono passati da una sfera di consumo a un’altra, con una conseguente trasformazione della natura del loro valore, da simbolico ad artistico ed economico. L’arte tribale si trova oggi al centro non solo di un dibattito etnografico o estetico, bensì anche di snodi politici e interculturali. A volte le rivendicazioni dei popoli nativi si sono spinte fino a chiedere la restituzione di oggetti conservati nei musei occidentali. Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 18 IX LE RISORSE E IL POTERE Potere delle risorse e risorse del potere Per risorsa si deve intendere tanto un bene materiale, concreto, tangibile come l’acqua, il denaro, il grano, il ferro, la selvaggina, quanto un bene volatile come un sapere o una conoscenza tecnica, una certa idea, un’ideologia politica o una visione religiosa del mondo. In sintesi le risorse possono essere di natura tanto materiale quanto simbolica. Una risorsa è anche qualunque cosa il cui controllo consente a un individuo o a un gruppo di perseguire scopi di ordine tanto materiale quanto simbolico. L’acquisizione e la disponibilità di una risorsa non sono mai disgiunte da una relazione di potere, ossia dal fatto che tale acquisizione e tale disponibilità influiscono sempre sulla possibilità che un individuo o un gruppo di individui hanno, grazie ad esse, di imporsi o di prevalere su latri individui a latri gruppi. Viceversa, tale possibilità di prevalere è sempre associata al controllo di una qualche risorsa, materiale o simbolica che sia. Tutto ciò che riguarda la produzione, la distribuzione e il controllo delle risorse materiali rientra nella sfera dell’economia, mentre tutto quanto riguarda le relazioni tra individui e gruppi sociali mossi da progetti e da interessi diversi ricade nel dominio della politica. Diversamente da quanto credevano gli europei, con gli sviluppi dell’etnografia , divenne chiaro che anche gli altri popoli avevano vari modi, talvolta anche piuttosto complessi e sofisticati di produrre risorse, di farle circolare, nonché di fissare i criteri di accesso ad esse, cioè di controllarne l’utilizzazione da parte di certi individui e di determinati gruppi piuttosto che di altri. Malinowski ebbe modo di studiare una particolare forma di scambio, chiamato kula che lui steso definì “rituale”, in quanto legato a regole apparentemente prive di significato economico immediato. Lo scambio rituale aveva lo scopo di ribadire la relazione di collaborazione e amicizia tra partner economici abituali, rinsaldando rapporti tra gruppi e individui tra loro lontani ma legati da un vincolo sacro rappresentato dagli oggetti cerimoniali scambiati. La partecipazione allo scambio rituale, soprattutto a quello più spettacolare era una prerogativa per pochi. Tali relazioni proprio perché ruotano attorno a beni che sono segni di prestigio sociale, ricchezza e reputazione, sono suscettibili di rafforzare sempre la posizione di prestigio. Lo sforzo di coloro che si impegnano in questi scambi allo scopo di emergere politicamente, è quella di trarre sempre maggior prestigio dalle relazioni che essi possono istituire con uno o più partner, cercando di partecipare al numero più alto di scambi tentando di rendere sempre più stabili e durature le transazioni. Malinowski riteneva che gli oggetti in esso coinvolti fossero scambiato solo a scopi di prestigio, mentre si è scoperto che essi entrano in realtà nelle compensazioni matrimoniali, nell’acquisto di maiali o per pagare il diritto a coltivare appezzamenti di terreno. Forme di scambio come queste sono oggi sempre più influenzata dalla presenza del denaro e dalla pressione di fattori economico-politici di natura globale. Le teorie sviluppate tra all’inizio del Novecento cercarono di cogliere la “sostanza” del potere: il potere come facoltà di sovrani “delegati” dal popolo (Hobbes), come espressione di una volontà generale (Rouseeau), come prerogativa di monarchi per grazia divina (De Maistre), come attività esercitata da parlamenti funzionanti in qualità di comitati d’affari della borghesia (Marx). Le teorie più recenti hanno messo l’accento sul carattere pervasivo del potere, sulla sua natura non-istituzionale e iscritta nelle relazioni stesse tra gli individui i gruppi e nei discorsi da esso prodotti. La più recente di queste teorie del potere è quella di Micelle Foucault. Foucault non definisce il potere come una essenza, ma cerca di vedere come esso funzioni, agisca e costringa gli esseri umani a comportarsi in un certo modo. Il potere dice Foucault è ovunque: nelle parole che utilizziamo, nei discorsi che produciamo, negli atti che compiamo, nelle cose che sappiamo e nell’applicazione del nostro sapere. Il potere può si essere identificato con istituzioni particolarmente rappresentative di esso (stato,carcere..) ma la sua efficacia si realizza per lo più in maniera invisibile. Il potere si annida nei modelli culturali che intromettiamo e che ci determinano, nei pensieri e nei comportamenti a nostra totale insaputa. Diversamente da Foucault che vede il potere come pervasivo di tutte le pratiche e di tutti i discorsi, il potere è per Weber l’imposizione intenzionale della propria volontà ad altri, una forma più o meno esplicita di coercizione. Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 19 Lo studio antropologico del potere ha posto attenzione alle diverse modalità in cui, presso culture differenti, si crea ciò che è stato chiamato arena politica cioè uno spazio astratto occupato da tutti gli elementi che determinano il confronto politico: organizzazioni, individui, valori, significati e naturalmente risorse, i quali sono manovrati dagli attori politici nel loro confrontarsi per il potere. Gli attori politici sono quanti si confrontano nell’arena politica. L’antropologia ha adottato quella che è stata chiamata prospettiva processuale: ritiene che motivazioni e interessi trovino espressione nell’attuazione di determinate strategie. Mira a cogliere i fenomeni politici nel loro divenire. La prospettiva processuale consente di cogliere meglio la natura composita del fenomeno politico in quanto, collegando l’azione politica alle motivazioni, alle strategie e alle scelte individuali e collettive, si confronta di continuo con altri aspetti della vita sociale e culturale. Forme di vita economica La produzione, la distribuzione e la circolazione delle risorse materiali sono i temi costitutivi dell’antropologia economica. L’economista Polanyi contrappose, all’idea dell’economia come un comportamento finalizzato alla massimizzazione dell’utile, un’idea dell’economia come rapporto concreto degli esseri umani con la natura da un lato e con i propri simili dall’altro. Questa visione dell’economia metteva l’accento sulla dimensione sociale di quest’ultima, per cui le risorse e i beni prodotti erano considerati come aventi soprattutto una destinazione sociale. L’economia sarebbe così un processo istituzionalizzato cioè dipendente dalle strutture sociali nelle quali tale processo è incastonato. Le istituzioni sono quelle al cui interno si compiono tutte le operazioni considerate come economiche: la produzione, la distribuzione e lo scambio dei beni. Secondo Polanyi le forme di distribuzione e di scambio presenti nelle diverse società sono 3: quella retta dal principio della reciprocità; quella basata sulla ridistribuzione e quella fondata sullo scambio. Ognuna di queste forme si appoggia su un diverso supporto istituzionale, il quale fa dell’economia un processo istituzionalizzato: la simmetria, la centralità e il mercato rispettivamente - Reciprocità/simmetria: sono le economie delle società organizzate su gruppi di parentela dove prevalgono scambi di tipo paritario e simmetrico tra gruppi di parenti - Ridistribuzione/centralità: appartengono le economie in cui è presente un’autorità che concentra su di sé, mediante un sistema di prestazioni, i prodotti provenienti dalla periferia, beni che vengono successivamente ridistribuiti secondo criteri di volta in volta differenti - Scambio/mercato: appartengono le economie nelle quali le merci circolano in base alla legge della domanda e dell’offerta. Secondo Polanyi la circolazione dei beni è un fenomeno sociale poiché lo scambio, la distribuzione, l’acquisto e la vendita di tali beni pongono in relazione tra loro individui e gruppi. Anche la produzione è un fenomeno sociale, poiché oggetti e beni prodotti “incorporano” anch’essi delle relazioni sociali. Ne Il capitale Marx elaborò il concetto di modo di produzione. Un modo di produzione era determinato per Marx dalla combinazione di tre fattori: i mezzi di produzione (materia prima), la manodopera (energia umana) e i rapporti di produzione (relazione sociale che articola la connessione tra mezzi di produzione e manodopera). Se cambiano i rapporti di produzione cioè la relazione sociale tra mezzi di produzione e manodopera cambia anche il modo di produzione. Con il capitalismo la manodopera si trasforma in “forza-lavoro” ossia in una merce come un’altra sottoposta alle leggi del mercato. Il concetto di modo di produzione mette l’accento sulle condizioni sociali della produzione degli oggetti materiali. Combinando la teoria di Polanyi con quella di Marx l’analisi antropologia ha potuto accostarsi alle forme di vita economica secondo nuove prospettive. Molte società dell’Africa sono state studiate da un punto di vista che evidenzia alcuni aspetti centrali del processo produttivo inteso come fenomeno sociale: la natura dei mezzi di produzione, i loro possessori legittimi, la relazione che si istaura tra possessori dei mezzi di produzione e quanti lavorano, la destinazione sociale dei prodotti. (La comunità domestica; economie dell’affezione; politiche dello sviluppo; strutture della dipendenza; razionalità e irrazionalità dell’economia) Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 20 Tipi di organizzazione politica L’attività politica è l’aspetto intenzionale del comportamento individuale e collettivo mediante il quale i singoli o i gruppi manipolano, secondo finalità e interessi specifici, le regole e le istituzioni vigenti nella loro società. Un’organizzazione politica potrebbe essere pertanto considerata come l’insieme delle regole, delle istituzioni e delle pratiche che contribuiscono a definire il quadro entro il quale si svolge l’attività politica. Una tipologia di forme di organizzazione politica è quella che distingue tra sistemi politici non centralizzati e sistemi politici centralizzati . Sistemi politici Centralizzati non centralizzati Potentati tribù “big men” bande stati stati dinastici stati nazionali Banda: forma di organizzazione “politica”, è caratteristica dei gruppi di cacciatori-raccoglitori nomadi . Sono sottoposte a flusso (continuo allontanamento di individui da una banda e loro riaggregazione a un’altra). L’organizzazione politica della banda è una struttura ristretta, informale e priva di una gerarchia decisionale. E’ ristretta in corrispondenza all’esiguità numerica dei gruppi; è informale poiché l’esercizio dell’autorità si esaurisce nel prevalere di una opinione individuale e nell’adesione a quest’ultima da parte dei membri della banda; manca di un’autorità stabile e istituzionalizzata capace di esercitare un controllo permanente sugli individui che ne fanno parte. Tribù: preciso tipo di organizzazione socio-politica il quale è prevalentemente riscontrabile presso popolazioni agricole e/o pastorali. Tribali sono per lo più definite quelle società in cui sono presenti più gruppi di discendenza che si considerano reciprocamente discendenti da un comune antenato. Hanno uguale accesso alle risorse vitali e strategiche e formano un’unità pronta a lottare per la difesa delle risorse comuni. Quelle tribali sono società piuttosto instabili. Si fondano su varie istituzioni che assicurano in qualche maniera la coesione dei gruppi di discendenza i quali altrimenti tenderebbero a separarsi. Le tribù si distinguono a seconda della presenza o meno di alcune caratteristiche: - lignaggi segmentari: sono i gruppi di discendenza unilineari costitutivi di una tribù. Sono segmentari perché sono suscettibili di frazionarsi o di aggregarsi in segmenti di minore o di maggiore estensione. (grande enfasi alla parentela consanguinea) - stratificazione rituale: alcuni individui di molte società tribali, pur non essendo specializzati nelle funzioni politiche, possono incarnare un’autorità largamente rispettata e ascoltata per motici extrapolitici. - Consigli di villaggio: ogni gruppo di discendenza ha propri rappresentanti che si riuniscono periodicamente dando vita ai cosiddetti consigli di villaggio, ovvero assemblee ristrette, fornite di un potere che può essere in alcuni casi decisionale e in altri semplicemente costruttivo. Amministrano anche le relazioni con altri villaggi e con altre tribù - Sodalizi: forme associative che tagliano i gruppi di discendenza che costituiscono la tribù e che hanno la funzione di organizzare una parte della popolazione secondo progetti d’azione specifici - “Big men”: i capi tribali si caratterizzano per la loro costante opera di ridistribuzione di beni e di benefici, oltre che di supporto e assistenza nei confronti del proprio seguito. Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it Questo materiale è disponibile gratuitamente sul sito: www.studentibicocca.it 21 Sistemi centralizzati: E’ in riferimento agli stati nazionali che si organizza sempre più la vita delle popolazioni del pianeta. La maggior parte di questi stati pretende di legittimare la propria sovranità sul fatto che le popolazioni che rientrano sotto la loro giurisdizione sono omogenee: o dal punto di vista culturale o dal punto di vista religioso. Il solo fatto che oggi il planisfero sia interamente coperto di stati significa che lo stato è l’istituzione ufficialmente riconosciuta come preposta al governo dei popoli. Potentato: condizione politica intermedia fra la tribù e lo stato. L’esercizio del potere tende a rivestire un carattere molto più formale che in una tribù e l’autorità di un capo tende a non fondarsi più sul consenso, mentre le funzioni politiche tendono a trasformarsi in cariche più o meno stabili a carattere ereditario. Ciò che accomuna il potentato all’organizzazione tribale è l’importanza dei legami di parentela e dell’anzianità come fattori regolativi dei rapporti sociali. Le società a potentato si distinguono però da quelle tribali per alcuni importanti elementi tra i quali: lo sviluppo di un progressivo accesso differenziale alle risorse, la comparsa del principio della loro ridistribuzione, il fatto che quella di capo cessa di essere qui una pura funzione per diventare una vera e propria carica. Stati: lo stato è la forma di organizzazione politica oggi dominate e la sua presenza è la caratteristica saliente della realtà politico-organizzativa planetaria attuale. Lo stato possiede alcune caratteristiche peculiari, le principali delle quali sono: - un’autorità altamente centralizzata - un apparato burocratico - amministrativo sviluppato - la prerogativa esclusiva di emanare leggi - il monopolio della forza come mezzo di confronto con entità ostili esterne. Le società organizzate su base statuale presentano: - un accesso alle risorse ancora più differenziato di quelle considerate fino adesso - una stratificazione sociale accentuata - la sostituzione dei legami di parentela come criterio regolatore delle relazioni sociali con rapporti di tipo impersonale Molti degli stati esistenti fuori dell’Europa in epoca precoloniale erano stati dinastici. In essi dominavano delle elite ereditarie il cui potere non e ra bilanciato da istituzioni espresse da altre categorie sociali.


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